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Lo stato dovrebbe spingere per ottenere la piena occupazione della popolazione. Lo so che questo traguardo oggi sembra utopistico, ma inserire una indicazione in questo senso nella costituzione non mi sembrerebbe malvagio. Credo proprio che come obbiettivo politico sia assolutamente condiviso da tutti. Se no ci si rassegni a vedere svilupparsi in modo abnorme chiese e sette varie e criminalità e organizzazioni (mafia, organizatzya, triadi, ecc) varie.

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Articolo di giornale

Consiglio per i disoccupati: oggi in Italia e in generale nei paesi occidentali c'è crisi (gli unici che crescono sono i cinesi e gli indiani) quindi non si può aspettare la fine della crisi ma bisogna viverci e mettersi il cuore in pace. Quindi è inutile cercare di entrare nelle ditte odierne che se va bene non licenziano ma sicuramente non assumono. Portare curriculum in giro si può provare all'inizio ma se non da risultati dopo un po' diventa inutile. L'unica è creare la propria aziendina (libero professionista) e inserirsi a forza nel mercato. Per esempio consiglio alla gente del sud Italia di fare gli agenti, i procacciatori di clienti, per l'agricoltura (vino e olio) e il turismo (alberghi). In pratica vuol dire fare delle agenzie di pubblicità e di vendita che vendano l'olio e il vino italiani (con alti costi di produzione quindi categoria lusso) ai ricchi tedeschi e in generale ai ricchi nel mondo. Idem per il turismo, creando quindi delle agenzie turistiche che pubblicizzano la propria località o l'Italia intera in Europa e nel mondo.

Più in generale consiglio di fare i liberi professionisti, basandosi sullo sviluppo di quello che già c'è sul proprio territorio.

Oppure si può fare gli artigiani, magari iniziando da soli e guadagnando subito invece di fare gli apprendisti non pagati per 10 anni (le nozioni si possono scaricare da internet). In Italia si può sviluppare l'arte che da sempre sappiamo fare bene (pittura, mosaici, ecc).

I laureati possono fare lezioni private, diventare professori nelle scuole private e perfino fondare nuove scuole private.

Articolo del Manifesto del 4-11-2014Modifica

Dob­biamo a un valente demo­grafo, Mas­simo Livi Bacci, una cir­co­stan­ziata ana­lisi della que­stione gio­va­nile in Ita­lia alla vigi­lia della Grande Reces­sione (Avanti gio­vani alla riscossa, Il Mulino, 2008). Lo stu­dioso mostrava come la fascia di popo­la­zione tra i 15 e 30 anni viveva una con­di­zione di emar­gi­na­zione sociale che la distin­gueva tra i paesi dell’Europa a 15.I gio­vani ita­liani, ad esem­pio, dipen­de­vano per il 50% dal red­dito della fami­glie, con­tro il 30% della media euro­pea. Gli adulti in Ita­lia gua­da­gna­vano in media 2,8 volte il red­dito dei gio­vani, con­tro 2,5 volte in Fran­cia, 1,9 volte in Germania.

Ma in gene­rale i nostri ragazzi risul­ta­vano più indie­tro nel com­ple­ta­mento degli studi, nel tro­vare occu­pa­zione, met­ter su casa, for­mare una pro­pria fami­glia. In sin­tesi, il grado di auto­no­mia, la capa­cità di eman­ci­pa­zione e di libertà indi­vi­duale della gio­ventù ita­liana appa­ri­vano infe­riori a quella di gran parte dei coe­ta­nei euro­pei per quasi tutti gli indici presi in esame. E quell’analisi non scen­deva alla più basse fasce d’età. A metà anni ’90 i bam­bini ita­liani sotto la linea mediana uffi­ciale della povertà rap­pre­sen­tava il 21,3% del totale, terzi dopo USA (26,3%) e Rus­sia (21,3) (The Dyna­mics of Child poverty in indu­stria­li­sed Coun­tries, Cam­bridge 2001).Piaz­za­mento dav­vero onorevole.

Ricordo que­sti dati – cui sono seguite e con­ti­nuano a seguire altre impor­tanti ricer­che come il Rap­porto dell’Istituto G.Toniolo, La con­di­zione gio­va­nile in Ita­lia, il Mulino 2013 – per sven­tare in anti­cipo una mani­po­la­zione con­sueta: quella di rap­pre­sen­tare un grave pro­blema strut­tu­rale come esito tran­si­to­rio della “crisi” degli ultimi anni. E’ evi­dente invece che la con­di­zione di emar­gi­na­zione della nostra gio­ventù pre­cede la crisi, è l’esito aggra­vato di un corso poli­tico che dura da decenni, alla cui base c’è una cro­nica disoc­cu­pa­zione e la sem­pre più dispie­gata pre­ca­riz­za­zione del lavoro. Alla falange dei gio­vani che negli ultimi decenni acce­de­vano alle prime occu­pa­zioni si è parato dinanzi una cre­scente man­canza di sboc­chi e la strada stretta di una legi­sla­zione sem­pre più svan­tag­giosa ed emar­gi­nante. Sic­ché non stu­pi­sce se la disoc­cu­pa­zione gio­va­nile tocca oggi il picco del 44%, men­tre il numero di gio­vani tra i 15 e i 24 anni che non lavo­rano, non stu­diano, non seguono corsi for­ma­zione (Neet) hanno rag­giunto il pri­mato euro­peo del 22,25%. Con la crisi la diva­ri­ca­zione gene­ra­zio­nale è solo aumen­tata: gli over 65 sono diven­tati più ric­chi, quelli sotto i 40 ancora più poveri.

Forse però que­sti dati non dicono ancora la grande novità sto­rica: la classe diri­gente anziana che detiene il potere, da anni sta muo­vendo una vera e pro­pria lotta di classe con­tro la gio­ventù del nostro paese. Padri e nonni ric­chi con­tro figli e nipoti poveri, o pre­cari e subal­terni. Essa sur­roga sem­pre più il wel­fare pub­blico con la fami­glia, i diritti uni­ver­sali con il fami­li­smo. Quando, ovvia­mente, la fami­glia non è anch’essa povera… Lo fa con gli stru­menti del governo, attra­verso il ceto poli­tico, e diret­ta­mente nelle isti­tu­zioni pub­bli­che e nei luo­ghi di lavoro pri­vati. Pochi dati da aggiun­gere a quelli più noti, inflitti dalla “legi­sla­zione di guerra” dell’ultimo governo Berlusconi-Tremonti, e poi pro­se­guita dagli altri ese­cu­tivi. Negli ultimi 10 anni le tasse uni­ver­si­ta­rie sono cre­sciute del 63%, men­tre in Dani­marca, Sve­zia, Nor­ve­gia, Fin­lan­dia, Ger­ma­nia ci si lau­rea gra­tis. In com­penso le borse di stu­dio sono crol­late al 7,5 %, a fronte di uno stu­dente su tre della Fran­cia. Anche i posti di dot­to­rato, già scarsi, sono dimi­nuiti del 19%.

Nel frat­tempo si rende sem­pre più estesa la pra­tica del numero chiuso per gli accessi alle facoltà uni­ver­si­ta­rie, si sbarra la strada all’istruzione con una giun­gla di norme e di ves­sa­zioni, con lo scopo di rico­sti­tuire una Uni­ver­sità di élite, get­tando negli occhi dell ‘opi­nione pub­blica il fumo del merito e dell’eccellenza. Ma ciò che sfugge a ogni sta­ti­stica è il dila­gare del lavoro non pagato: nelle fab­bri­che si dif­fon­dono gli “sta­ges gra­tuiti”, nelle scuole i sup­plenti gio­vani spesso non rice­vono gli sti­pendi o li rice­vono con enormi ritardi, ma stanno al gioco con il fine di “fare punteggio”.

Nell’Università non si conta più il lavoro volon­ta­rio degli aspi­ranti ricer­ca­tori che spe­rano in un asse­gno di ricerca o in un con­corso a venire. Negli studi degli avvo­cati e in tante altre atti­vità pro­fes­sio­nali i gio­vani lavo­rano per anni senza red­dito, per “impa­rare il mestiere”. E la pra­tica dei master a paga­mento, che pro­met­tono car­riera e posti di lavoro, rasenta in tanti casi la truffa. Dove domina il “libero mer­cato” chi è già incluso e orga­niz­zato tende a togliere spazi a chi arriva.

Dovrebbe dun­que essere chiara l’enormità eco­no­mica, poli­tica, umana della que­stione gio­va­nile in Ita­lia, arti­co­la­zione gene­ra­zio­nale della disu­gua­glianza strut­tu­rale creata dalle pra­ti­che neo­li­be­ri­sti­che in tutto il mondo.Incarnazione e insieme causa ed effetto del nostro declino. Almeno due gene­ra­zioni stanno let­te­ral­mente andando per­dute, con­su­me­ranno la loro gio­ventù tra lavori inter­mit­tenti, disoc­cu­pa­zione, attese, fru­stra­zioni, scarso red­dito, impos­si­bi­lità di pro­get­tare alcun­ché. Il nostro paese sta rinun­ciando all’energia vitale, alla crea­ti­vità, capa­cità di lavoro e di pro­getto della sua scarsa riserva demo­gra­fica. Scarsa, per­ché i gio­vani sono una mino­ranza: poco più di 10 milioni tra i 20 e i 34 anni al cen­si­mento del 2011, a fronte di quasi 49 milioni e mezzo del totale. Tutto que­sto men­tre ci assorda la reto­rica sulla neces­sità della com­pe­ti­zione, della valo­riz­za­zione del “capi­tale umano”, sulla cre­scita, e le altre fuffe che la mise­ra­bile cul­tura capi­ta­li­stica dei nostri anni rie­sce a elaborare.

Ora, io credo che la que­stione gio­va­nile costi­tui­sca una straor­di­na­ria occa­sione poli­tica per la sini­stra e una leva potente per inver­tire il declino. Alle reto­ri­che del governo e sue adia­cenze si può con­trap­porre un vero e pro­prio pro­gramma per la gio­ventù, quale parte di un pro­getto per l’intero paese. La pro­spet­ta­zione di una serie di obiet­tivi che pos­sano mobi­li­tare il con­senso e anche l’entusiasmo gio­va­nile, oggi som­merso sotto una mon­ta­gna di delu­sioni e ran­core. Non si tratta solo di riven­di­care il red­dito minimo di base, che com­porta rile­vanti impe­gni di spesa, ma anche di pun­tare a ini­zia­tive legi­sla­tive “minori”, che pos­sano ricreare un clima di fidu­cia tra la poli­tica – che è cosa diversa dalla pro­pa­ganda elet­to­rale – e le nuove generazioni.

Per­ché, ad esem­pio, non con­sen­tire ai nostri ragazzi , entro una deter­mi­nata fascia di età, sconti impor­tanti per l’ingresso ai tea­tri, ai musei, per l’acquisto di libri, per la mobi­lità? Per­ché non creare un fondo di garan­zia che con­senta l’apertura di mutui da parte delle ban­che alle gio­vani cop­pie che non pos­sono con­tare su un red­dito con­ti­nua­tivo e sicuro? Per­ché non aprire un cam­pa­gna per la costi­tu­zione di nuove case per gli stu­denti (uti­liz­zando caserme o altri sta­bili dismessi), la dif­fu­sione sul ter­ri­to­rio di asili nido che aiu­te­reb­bero tanto le gio­vani cop­pie a cer­care e man­te­nere un lavoro? Sono solo esempi di quel che si può pro­porre, di quel che si può fare per atti­vare la fan­ta­sia dei diretti inte­res­sati, che devono uscire dalla loro ras­se­gnata fran­tu­ma­zione e porsi come sog­getto con­sa­pe­vole di una ripresa della lotta di classe in quanto gene­ra­zione e aggre­gato sociale. Ma per inte­starsi que­sta bat­ta­glia la sini­stra radi­cale e popo­lare, deve ripren­dere il passo che ha per­duto in que­sti ultimi tempi: deve “andare” dai gio­vani, davanti alle fab­bri­che, alle scuole, alle uni­ver­sità, ovun­que si tro­vino. Deve andare adesso, non alla vigi­lia delle ele­zioni, per fare eleg­gere qual­che pur bravo can­di­dato. Deve riac­qui­stare il gusto di orga­niz­zare per­sone e lotte. E’ que­sto il ter­reno su cui movi­menti e figure poli­ti­che, oggi varia­mente col­lo­cate, pos­sono tro­vare il punto spe­ri­men­tale di aggre­ga­zione che tutti atten­diamo. E’ una strada dram­ma­ti­ca­mente obbli­gata. Renzi e i suoi non spo­ste­ranno di un cen­ti­me­tro il piano incli­nato in cui l’Italia va pre­ci­pi­tando. Pre­pa­rano solo gli stru­menti poli­tici per con­trol­lare la disgre­ga­zione sociale che sta dila­gando nel paese.

Con que­sto arti­colo apriamo una cam­pa­gna di discus­sione sul nostro gior­nale, ver­sione car­ta­cea e on line, sui pro­blemi delle gio­vani gene­ra­zioni. Pub­bli­che­remo denunce, ana­lisi, rac­conti di espe­rienze per­so­nali, ma anche sug­ge­ri­menti e pro­po­ste che per­ver­ranno dai vari set­tori della società ita­liana. Se ci riu­sci­remo met­te­remo insieme un Libro bianco sulla con­di­zione della gio­ventù scritto dai diretti pro­ta­go­ni­sti. Ma nel frat­tempo inten­diamo ali­men­tare un ambito spe­ci­fico della lotta poli­tica nel nostro paese.

Soluzione propostaModifica

Centri statali per impiego come in Danimarca

Collegamenti esterniModifica

http://ilmanifesto.info/articolo-dossier/se-la-sinistra-non-trova-le-nuove-generazioni/

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