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Operai al lavoro

Operai al lavoro

Il proletariato e i proletari (dal latino proletarii o capite censi[1]) costituiscono la classe sociale il cui ruolo, nel sistema di produzione capitalistico, è quello di prestare la propria forza lavoro dietro il compenso del salario. Quindi il proletariato è una classe sociale di operai che hanno come sola ricchezza la prole cioè il figlio.

Cenni storici Modifica

Antica RomaModifica

La riforma di Servio Tullio, operata nel corso del VI secolo a.C., era volta a effettuare una divisione interna alla cittadinanza romana tra coloro che potevano prestare il servizio militare (obbligati ad armarsi a proprie spese e perciò chiamati adsidui[2]) e suddivisi a sua volta in cinque sotto classi sulla base del censo,[1] e i cosiddetti proletarii o capite censi.[3][4][5] Questi ultimi erano coloro che possedevano meno di 11.000 assi, organizzati in una sola centuria, detta immunis militia, dispensata dall'assolvere agli obblighi militari, tranne nel caso in cui non vi fossero particolari pericoli per la città di Roma. In quest'ultimo caso erano anch'essi armati a spese dello Stato, servendo in formazioni speciali estranee all'ordinamento legionario.[6] Il significato latino del termine proletarius nasce da una condizione di povertà tale che non era possibile dare contributi allo stato, all'infuori dei loro stessi figli (proles).

Al termine della seconda guerra punica (218-202 a.C.) vi fu una nuova riduzione del censo minimo richiesto per passare dalla condizione di proletarii (o capite censi) ad adsidui, ovvero per prestare il servizio militare all'interno delle cinque sotto classi, come aveva stabilito nel VI secolo a.C., Servio Tullio. Si era, infatti, passati nel corso di tre secoli da un censo minimo di 11.000 assi[7] ai 4.000[8] (= 400 dracme argentee descritte da Polibio alla fine del III secolo a.C.[9] fino ai 1.500 assi riportati da Cicerone,[10] a testimonianza di una lenta e graduale proletarizzazione dell'esercito romano, alla continua ricerca di armati, in funzione delle nuove conquiste nel Mediterraneo.

Rivoluzione industrialeModifica

Con la Rivoluzione industriale e l'affermazione del capitalismo il numero di proletari si diffuse a macchia d'olio, soprattutto nei grandi centri industriali.

Il termine fu usato da Karl Marx per indicare quella categoria di persone che non possiedono i mezzi di produzione e che quindi non hanno altra ricchezza che la prole (i figli) poiché non posseggono mezzi di produzione ma sono costretti a vendere la loro forza lavoro (ovvero la capacità di lavorare posseduta da un uomo).

Marx e il proletariato Modifica

Benché lo studio della divisione in classi della società non risalga a Marx, ma a David Ricardo ed Adam Smith, è Marx a riconoscere nel proletariato la classe rivoluzionaria che ha in sé le potenzialità di organizzazione di un nuovo modello sociale, non più basato sulla proprietà privata dei mezzi produttivi, ma sulla libera associazione dei produttori. Socializzando così la produzione, il ruolo del proletariato diviene quello di classe sociale che rovescia il sistema capitalistico, superandolo con un rapporto tra cose e persone privo del valore di scambio che determina l'esistenza delle merci.

Nella Critica al Programma di Ghota, Marx definisce anche il concetto di dittatura del proletariato, attribuendo a ciò il ruolo di fase dell'egemonia della maggioranza della classe degli sfruttati sulla classe degli sfruttatori. In questo senso la dittatura del proletariato altro non è che la condizione per l'emancipazione di tutte la classi sociali da loro medesime. La fine del classismo mette termine, secondo Karl Marx, anche alle sovrastrutture politiche ed ideologiche sino a quel momento esistite. Lo stesso Stato, inteso come "comitato di affari della borghesia" cessa di avere una funzione e si apre la via ad una società "dove il libero sviluppo di ognuno è condizione necessaria per il libero sviluppo di tutti" (dal "Manifesto del Partito Comunista", 1848).

Funzione essenziale del proletariato è, dunque, l'organizzazione politica propria, la presa di coscienza (quello che Karl Marx definisce come classe per sé) e la conseguente spinta propulsiva verso l'emancipazione dal lavoro salariato e quindi dalla profittualità volta ad un singolo privato e non alla soddisfazione dei bisogni sociali.

Il proletario presta la sua forza lavoro al capitalista e ottiene da questo solamente i mezzi necessari (in forma di salario) per poter riprendere la produzione il giorno seguente. Dallo sfruttamento della forza lavoro del proletariato il capitalista ottiene il plusvalore delle merci e, di conseguenza, l'accumulazione profittuale.

L'invito di Marx ed Engels alla fine de "Il Manifesto del Partito Comunista" è quello di una unità totale dei lavoratori proletari per una rivoluzione comunista che abbatta l'economia politica borghese e che, quindi, metta fine alla merceologia e alla considerazione fattuale dell'uomo stesso come merce che viene usata dal capitalista nel proprio centro produttivo:

"Proletari di tutti i paesi, unitevi"

Marx separa il proletariato dal sottoproletariato in quanto quest'ultimo, pur essendo affine come condizioni sociali, non ha sviluppato una propria coscienza politica.

I sociologi del Novecento Modifica

Max Weber usò la definizione "Proletariato moderno" in riferimento sia alle reazioni dei ceti meno abbienti nei confronti delle religioni, sia alla espropriazione degli operai e dei contadini dai mezzi di produzione. Un punto di vista comune lo manifestarono i sociologi Götz Briefs, Joseph Schumpeter, Robert Michels, intravedendo nella posizione di isolamento e di privazione una spinta propulsiva per una reazione sociale in funzione anticapitalista, mentre Arnold Toynbee definì proletariato qualunque gruppo sociale posto in una condizione di emarginazione e marginalità.[11]
Negli ultimi anni si è imposta la suddivisione del proletariato in due categorie: quella interna al sistema capitalistico e quella esterna, costituita dalla massa di emigranti che premono alle porte della società sviluppata per potervi entrare.

Note Modifica

  1. 1,0 1,1 Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 42.
  2. Emilio Gabba, Esercito e società nella tarda Repubblica romana, p.2.
  3. Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 43.
  4. Dionigi di Alicarnasso, Antichità romane, IV, 18.
  5. Aulo Gellio, Noctes atticae, XVI, 10, 10-11.
  6. Emilio Gabba, Esercito e società nella tarda Repubblica romana, p.3.
  7. Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 43.
  8. Emilio Gabba, Esercito e società nella tarda Repubblica romana, p.6.
  9. Polibio, Storie, VI, 19, 3.
  10. Cicerone, De re publica, II, 22, 40.
  11. "Sociologia dell'economia e del lavoro", di Luciano Gallino, Utet, Torino, 1989, pag.233-235, voce "Proletariato"

BibliografiaModifica

Fonti primarieModifica

Fonti storiografiche moderneModifica

Voci correlateModifica